Poetry

M​i sento come un rottame, 

Tu,  una tecnologia anni luce da me. 

Sono la ferraglia rimasta sola sulla terra, 

Tu sei su un nuovo pianeta. 
L’unica cosa che custodisco è un piccolo germoglio verde e un vecchio cuore che batte;

Tu hai la tua lucente armatura, i tuoi monitor colorati, un motore potente.

Io…non sto al passo! 
Hai tutte quelle cose, perché vuoi il mio germoglio? 

Hai tutta quella velocità, perché vuoi il battito lento del mio cuore? 

Perché cerchi la mia vita? 
È  notte sul mondo, eppure sento una musica nuova. È il tuo cuore che batte? 

È freddo il mondo,  ma la mia vecchia pelle sente un calore nuovo. È  la tua mano che sento? 
C’è ancora vita in questi prati verdi, 

C’è ancora vita nei miei vecchi circuiti, 

C’è ancora vita sotto la tua armatura lucente, 

C’è ancora vita sotto questo cielo di cemento. 

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Per te

​Ciao sono Maria,  ho 90 anni e oggi ricordo chi sono. 

Sono nata nel ’25, quando il mondo camminava ancora lento,  quando le campagne ci davano ancora da mangiare,  quando nei prati si correva scalzi e la famiglia era la sola cosa che contasse davvero. 

Ricordo bene la mia famiglia, c’era mia madre sempre attenta che ognuno facesse il suo dovere,  che nessuno si comportasse male o disonorasse la famiglia; ricordo mio padre,  gran lavoratore, cercava di non farci mancare mai nulla,  ci proteggeva e ci amava come se fossimo l’unico tesoro che possedeva al mondo.  Eravamo 9 figli,  5 maschi e 4 femmine.  Oggi sono la sola ancora in vita. Amavo la mia famiglia,  a volte sognavo più libertà,  ma a quei tempi i sogni erano più distanti di quelli dei ragazzi di oggi. 

Ricordo che all’improvviso arrivò la guerra,  ricordo che all’improvviso le strade non erano più sicure e che il pane lo nascondevamo sotto i cuscini del divano.  Ricordo che all’improvviso alcuni volti amici si trasformarono in nemici.  A volte la fame bruciava la gola,  ma la mamma aveva sempre qualcosa per riempirci la pancia, quel tanto per non morire,  quel tanto per farci sorridere.  

Ricordo la stanchezza impressa negli occhi di mio padre e l’angoscia e la paura.  E i giochi dei miei fratelli più grandi, trasformati in discorsi di politica e di armi.

Ricordo quanto scorrevano lente le ore tra le mura di casa,  ricordo la stanchezza della sera,  ricordo gli incubi scomodi. 

Ma tra tutti quegli orrori la vita ci dava ancora una ragione per non arrenderci.

Ricordo la prima volta che lo vidi,  il suo sorriso era bello,  dolce, allegro.  I suoi occhi erano verdi,  come i grandi prati  in estate. Era bello,  di quella bellezza che  ha il sole quando tramonta.

Camminava con i suoi amici,  rideva con i suoi amici, si divertiva. La sua voce aveva il suono della libertà  e per la prima volta ho desiderato di poter ridere con lui. Mi innamorai e i miei sogni divvenero travolgenti,  forti, ma la mia famiglia non mi permetteva di lasciarmi trascinare. 

Si innamorò e la sua caparbietà e il suo coraggio gli permisero di potermi corteggiare. 

Era un poliziotto,  era sempre lontano,  ma ho ancora tutte le foto che mi spediva per amarmi. 

Poi la guerra è finita e per fortuna i nostri posti a tavola erano ancora tutti occupati. Il paese aveva molto da fare per rimettersi in piedi,  ma io ero solo Maria una ragazza di 20 anni. 

La vita era difficile,  per me lo era sempre stata.  Ma mi sposai con la persona che amavo e l’amore mi salvò,  l’amore ti salva sempre. 

Lo seguii,  lo avrei seguito anche in capo al mondo.  Costruimmo una casa,  costruimmo una famiglia.  So di non essere stata sempre una buona madre,  ho portato nel sangue la severità della mia, ho portato con me l’educazione di una famiglia antica,  rifiutando l’avanzare dei tempi.  Il mondo iniziava ad andare troppo veloce,  mentre io sognavo ancora le campagne,  le case piene di gente,  il lavoro massacrante ma soddisfacente; i miei figli, sognavano la libertà. Li ho visti andare via,  allontanarsi dalla prigione in cui io stessa li avevo rinchiusi.  Tutti gli sbagli che ho fatto,  li ho sempre fatti con amore.  Ma l’amore a volte ci rende crudeli ed egoisti.  L’amore a volte ti chiude gli occhi. 

Il mio amore li chiuse troppo presto,  mi lasciò da sola troppo presto.  Dio raccoglie sempre i fiori più belli per primi, è come un bambino capriccioso. 

Ma io cosa potevo capirne?  Ero solo Maria,  una donna di 65 anni. 

È difficile dire che tutti quegli anni sono stati terribili,  che la solitudine è stata straziante.  È difficile dirlo perché avevo ancora una famiglia che mi amava,  avevo dei nipoti che riuscivano ancora a farmi sorridere.  È difficile dire che  quando la sera andavo a dormire, al mio fianco il letto era vuoto.

Sono invecchiata ma non l’ho mai voluto.  La mia pelle è piena di rughe,  i miei occhi sono più stanchi e le mie ossa più deboli.  Il cuore è diventato un po’ pigro. 

Il tempo non ha avuto pietà e io non l’ho mai implorata. La mia testa fa brutti scherzi,  spesso non so dove mi trovo,  non so chi ho intorno. 

Da tanti anni ormai signore a me estranee si danno il cambio per non lasciarmi mai sola.  Ma nessuno sa che nella mia testa ho sempre compagnia. 

 So di non avere mai parole dolci per i miei figli e i miei nipoti,  so che tutto quello che fanno lo fanno per amore.  Ma gli ingranaggi dei miei neuroni fanno cilecca e non so più distinguere il male dal bene. 

Sono sempre scortese, non ho più peli sulla lingua, dimentico le date e confondo presente e passato. 

Per farmi stare bene mi hanno portato in una casa di riposo, capisco che sono tutti molto gentili con me,  cercano di farmi stare bene.  Ma i miei momenti di lucidità sono sempre meno e io non voglio mai nessuno intorno a me. 

Ho imparato alcune piccole cose; ho imparato che il tempo corre troppo in fretta,  ho imparato che l’amore è indispensabile e indomabile,  ho imparato che non ci si abitua mai alla solitudie,  ho imparato che a volte i consigli vanno ascoltati,  ho imparato che arriva un momento nella vita in cui si torna bambini e bisogna lasciare che gli altri si prendino cura di noi; ho imparato che non si può avere sempre il controllo sulla vita,  che molto spesso lei prende la direzione opposta a quella dove eravamo diretti; ho imparato che non si può avere il controllo sulle persone,  che la libertà di ognuno è sacra e non ci sono catene che tengano. 

Oggi sono lucida,  oggi so chi sono,  oggi conto i miei sbagli. Oggi chiedo a Dio di cogliere anche me,  anche se non sono il più bel fiore del suo giardino.

Tra un’ora forse dimenticherò tutto e chissà chi sarò. 

Ma tutto ciò che ho fatto l’ho fatto per amore e vorrei andare via con amore. 

Ma ho capito che non scegli come nascere e non scegli come morire e a me non resta altro che pregare. 

Oggi sono Maria,  ho 90 anni.  Oggi ricordo chi sono,  oggi ricordo i miei errori.  

 Oggi chiedo perdono. 
Selene

Sei qui

Laesta pesa.  Non ho nemmeno la forza di muovere un braccio per interrompere questo suono fastidioso. Richiudo gli occhi,  penso a come poterlo trasformare in una melodia armoniosa. Morfeo mi riporta nel suo mondo e la prima cosa che sogno sono i tuoi occhi. Erano anni che non li vedevo così da vicino, così luminosi e belli,  neri come la pece,  come il cielo di notte ma dietro nascondono il sole. Mi dici che mi ami. Mi baci e poi sparisci. 

Mi sveglio di nuovo. Sono in ritardo, come al solito. Al lavoro mi dicono che sono più radiosa,  che sono più serena. Intanto dentro mi sto sgretolando. Raccolgo i pezzi mentre affronto un nuovo giorno.  

Quando arriva la sera mi trova stanca e spenta; per fortuna ad accendere lei ci sono luna e stelle.

Prima di tornare a casa vengo a salutarti, vengo a dirti che mi manchi,  che vorrei vederti più spesso. 

Come risposta trovo il tuo sorriso sbiadito,  che il freddo marmo della lapide non è riuscito a proteggere dal tempo e dalle intemperie. 

Ti dico che stanotte ti aspetto, ti mando un bacio nel vento e vado via. 

A casa la cena non serve a riempire il vuoto che ho dentro e la tv non dona colore ai miei occhi grigi. 

Il giorno è finito e io vado a dormire. Il posto accanto a me è insopportabilmente vuoto, il piumone intatto,  mai più sgualcito. Il freddo che c’è fuori non riesce a scaldarmi. 

Chiudo gli occhi,  ti aspetto.  Questo è l’unico momento in cui davvero vivo,  quando la maggior parte delle persone si spengono, io mi accendo. 

Ti aspetto,  spero tu non faccia tardi. È così corta la notte per chi non vuole che finisca.  sveglia continua a suonare. La testa pesa.  Non ho nemmeno la forza di muovere un braccio per interrompere questo suono fastidioso. Richiudo gli occhi,  penso a come poterlo trasformare in una melodia armoniosa. Morfeo mi riporta nel suo mondo e la prima cosa che sogno sono i tuoi occhi. Erano anni che non li vedevo così da vicino, così luminosi e belli,  neri come la pece,  come il cielo di notte ma dietro nascondono il sole. Mi dici che mi ami. Mi baci e poi sparisci. Mi sveglio di nuovo. Sono in ritardo, come al solito. Al lavoro mi dicono che sono più radiosa,  che sono più serena. Intanto dentro mi sto sgretolando. Raccolgo i pezzi mentre affronto un nuovo giorno.  

Quando arriva la sera mi trova stanca e spenta; per fortuna ad accendere lei ci sono luna e stelle.Prima di tornare a casa vengo a salutarti, vengo a dirti che mi manchi,  che vorrei vederti più spesso. Come risposta trovo il tuo sorriso sbiadito,  che il freddo marmo della lapide non è riuscito a proteggere dal tempo e dalle intemperie. Ti dico che stanotte ti aspetto, ti mando un bacio nel vento e vado via. A casa la cena non serve a riempire il vuoto che ho dentro e la tv non dona colore ai miei occhi grigi. 

Il giorno è finito e io vado a dormire. Il posto accanto a me è insopportabilmente vuoto, il piumone intatto,  mai più sgualcito. Il freddo che c’è fuori non riesce a scaldarmi. Chiudo gli occhi,  ti aspetto.  Questo è l’unico momento in cui davvero vivo,  quando la maggior parte delle persone si spengono, io mi accendo. Ti aspetto,  spero tu non faccia tardi. È così corta la notte per chi non vuole che finisca.